Al terzo comma dell'articolo 27, la nostra forse troppo bistrattata Carta Costituzionale afferma che le pene "devono tendere alla rieducazione del condannato": un principio elevatissimo di civiltà che peraltro troppi, specie di questi tempi, tendono a ignorare.
Nello stesso spirito che guidò all'epoca i Padri Fondatori della Repubblica, sabato 28 scorso ci siamo ritrovati in un gruppo ristretto - "we few, we happy few, we band of Rotarians" - alle porte del carcere di Bollate per un'esperienza molto particolare: pranzare al ristorante "In Galera" che si trova all'interno della struttura carceraria ed è totalmente, sia la cucina, sia la sala, gestito dai detenuti ivi alloggiati, fatto salvo il maitre e responsabile del servizio, di provenienza "civile".
Tralasciando di tediare il lettore in ordine all'elevata qualità delle portate dei due menu (di carne e di pesce) messi a nostra disposizione, preferisco rilevare come un'esperienza così significativa mi abbia riportato alla memoria - nonostante le notevoli e innegabili differenze - quelle che i nostri Soci hanno vissuto nelle visite con cena all'Istituto Professionale Carlo Porta di via Uruguay: là un manipolo di giovani, ansiosi di intraprendere una professione che possa aprire loro la strada del successo professionale, qui persone di tutte le età unite nella volontà di non farsi sopraffare dalla condizione, ancorché precaria, di perdita della libertà personale e quindi disposte a scommettere sul proprio riscatto sociale.
Grazie all'iniziativa di Alessandra nel proporci un'uscita tanto speciale e alle delucidazioni fornite da Maria Luisa Mandelli circa la nascita e l'evoluzione di un'idea che risale ad oltre dieci anni fa abbiamo simpaticamente trascorso un paio d'ore "diverse" che difficilmente dimenticheremo; anche perché, contro ogni aspettativa, la Direzione del carcere ha consentito pure al nostro Prefetto di uscire dai cancelli fischiettando "I shall be released" ...


